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theater/performance/installation

Un intervista con Elisa Duca su LOU BLUE

L'Argonauta, Bologna

Tra finzione e realtà, intervista ad Elisa Duca,
attrice protagonista di "Lou Blue" andato in scena al teatro Dehon

Giovedì 24 Dicembre 2009 10:11

di Annalisa Frascari

Originaria di Assisi, classe 1978, l'attrice Elisa Duca si è formata professionalmente
a Bologna. Ha partecipato a numerosi progetti di teatro indipendente sia in Italia che
in Germania dove ora lavora con la compagnia berlinese bösediva.
La scorsa settimana è tornata nel capoluogo emiliano ed ha calcato le scene del
teatro Dehon come protagonista dello spettacolo "Lou Blue", una performance-
concerto arricchita dall'utilizzo di installazioni video e paesaggi onirici e sonori.
Ha impersonato Lou Engel, una misteriosa figura femminile, incarnazione del divismo.

"Lou Blue" si articola come uno spettacolo teatrale ricco di contaminazioni
con altri linguaggi: sono presenti videoproiezioni multimediali e contributi
sonori. Secondo te questa commistione quanto e come incide sullo spettacolo?

Lo spettacolo è questa contaminazione. Bösediva, il mio gruppo, si muove tra teatro e performance.
Mi interessano le forme contaminate, miste… la potenzialità infinita della commistione di lingue,
linguaggi e media che poi, secondo me, in fondo rappresenta semplicemente la consapevolezza
di essere figli di questo tempo.

Un tema importante dello spettacolo è il rapporto tra vita e finzione, cosa ne pensi?

"Lou Blue" lascia lo spettatore libero di immaginare chi sia chi, o addirittura di chiedersi se questa domanda abbia un senso. Si potrebbe dire che il teatro è finzione di per sé, io preferisco pensare di creare un mondo "altro" dal quale lo spettatore si lascia "sedurre" e nel quale può agire, pensare, trovare e associare liberamente.
Ci sono stati spettatori che si sono davvero immedesimati con la protagonista, altri assolutamente no. Dove finisce la finzione e dove comincia la vita lo decide ognuno autonomamente.

La tua performance è molto fisica e tocca mondi anche lontani, come quelli del cinema muto... come ti sei preparata per entrare nella parte?

Io sono attrice e co-creatrice dello spettacolo, tutto quello che si vede: tutte le fantasie, i mondi, i desideri e le ossessioni li ho portati con me nel processo creativo, lo spettacolo si è sviluppato così, in Lou Engel c'è moltissimo di me.

E' un personaggio sicuramente complesso: un'attrice che vive del suo divismo. Come donna, che effetto ti ha fatto affrontare un personaggio di questo genere?

Credo che il "divismo" sia un fenomeno molto diffuso nella vita quotidiana, ci sono dive e divi davvero ovunque, basta farci caso. Il testo parla di una diva piuttosto archetipica, a me, al contrario, interessavano le dive non "ufficiali". Lo spettacolo è pieno di suggestioni e riferimenti alle superstar di Andy Warhol, a bad girls, cantanti indie, pornostar... volevo in parte celebrare le mie eroine, queste dive underground, in parte allargare il concetto di diva fino a comprendere donne eccentriche, trasgressive, pioniere, innovatrici...

Più in generale cosa pensi del ruolo della donna nel mondo dello spettacolo?

La donna nel mondo dello spettacolo... Io faccio teatro di ricerca, non so davvero cosa significhi lavorare nello "spettacolo" inteso come televisione. Oltretutto lavoro in Germania, dove la donna ha una posizione praticamente paritaria in questo ambito come in molti altri.

Lavori in Germania ma hai a lungo studiato e recitato in Italia, quali pensi che siano le principali differenze tra il mondo del teatro tedesco e quello italiano?

Rispondo molto brevemente: la cultura in generale ha molto più valore in Germania. Il teatro tedesco ha goduto e gode di benefici, interesse e sovvenzioni molto superiori a quelli italiani. Il teatro è potuto e può fiorire molto di più.
A Berlino, dove vivo, si possono trovare molte realtà giovani, attuali: c'è molto movimento, molta differenziazione (all'interno del teatro di parola per esempio) e molti, molti stimoli.

In Italia invece?

A volte mi sembra che in Italia, data la situazione attuale, ci sia in qualche modo più bisogno di teatro, di quel posto, cioè, dove ci si incontra, si pensa, si sogna, si discute. Il mio lavoro in Italia, anche se non faccio teatro politico, mi sembra, a volte, più "necessario".


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